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Naufragio, dopo la tragedia nuovo appello all’opposizione

CANBERRA – Le speranze di trovare altri superstiti sono sempre più esili: fino a 180 persone potrebbero avere perso la vita dopo che il barcone sul quale viaggiavano tra 200 e 250 disperati è stato spezzato dalle onde al largo delle coste indonesiane, mentre tentava di raggiungere Christmas Island. Sul numero dei dispersi le cifre fornite dalle autorità non danno certezze. Non è nemmeno chiaro quanti sono i migranti tratti in salvo dato che le notizie che giungono dal centro temporaneo di accoglienza allestito a Trenggalek, ad East Giava, parlano di poco più di una trentina, mentre altre fonti sostengono che siano 86 le persone sopravvissute alla tragedia. Il naufragio è avvenuto durante una tempesta a circa 90 chilometri al largo di Prigi Beach sulla costa di Giava. I migranti, provenienti in gran parte da Iran, Iraq e Afghanistan e partiti col sogno di chiedere asilo all’Australia, erano accalcati su una barca che avrebbe potuto accoglierne al massimo un centinaio. I superstiti, tra cui una donna e diversi bambini tra gli 8 e i 10 anni, sono stati trovati aggrappati ai rottami della barca e a sei giubbotti di salvataggio, dopo una permanenza di acqua di diverse ore.
Chi ce l’ha fatta ha raccontato che le onde hanno colpito la fiancata della barca, che si è spezzata a metà e si è rovesciata. “I pescatori della zona - ha detto Kelik Enggar Purwanto, il coordinatore dei servizi di emergenza sul posto - hanno riferito che c’erano fortissime correnti e onde alte anche cinque metri”.
Ieri, mentre sul posto sono arrivate anche due unità navali australiane e un aereo di ricognizione P3 Orion, il ministro dell’Interno Jason Clare si è dichiarato pessimista sulla possibilità di trovare altri superstiti dato che ormai sono trascorse già più di 72 ore dal naufragio. Il parlamentare laburista, riflettendo sull’accaduto, ha lanciato un appello all’opposizione affinché rinunci alla sua presa di posizione contro l’iniziativa del governo per aggirare il veto imposto dalla Corte Suprema ai procedimenti di verifica sullo status di profughi da tenersi al di fuori dei confini nazionali. Clare ha parlato della necessità di agire con “maturità e sensibilità” per cercare di fermare queste barche della disperazione e salvare vite umane. Il “no” della Coalizione all’emendamento che darebbe il via libera alla cosiddetta “Soluzione Malesia” ha creato una situazione di impasse per ciò che riguarda i presunti “disincentivi” per i trafficanti di uomini di fare rotta verso l’Australia.
Il neoministro, anche ieri, ha parlato di una “terribile tragedia”, ma le associazioni umanitarie che lavorano per difendere i diritti dei richiedenti asilo, hanno definito le sue dichiarazioni “ipocrite” insistendo sull’unica via di uscita, senza ricorrere alle alchimie di Nauru, Timor o Malesia, per cercare di evitare queste traversate della morte: adottare una vera politica d’accoglienza, invece di lasciarsi prendere da assurde paure elettorali.
Clare invece insiste sulla necessità di sedersi attorno ad un tavolo con la Coalizione per varare un piano bipartisan per affrontare la questione degli aspiranti profughi; un piano, ovviamente, che ripristini il processo di verifica del luogo di provenienza dei richiedenti asilo al di fuori del territorio australiano. Un’opzione che continua a trovare forti opposizioni interne, dai verdi alla sinistra laburista, che chiedono maggiori risorse e la ricerca di una soluzione che veda il coinvolgimento diretto delle nazioni dalle quali partono le barche dei disperati. “Non ha alcuna importanza il deterrente che si cerca di trovare – ha detto il senatore Doug Cameron della corrente di sinistra del partito di governo – qui stiamo parlando di persone che fuggono da orrori, che scappano per salvarsi la vita, che non hanno alcun futuro nel Paese da dove provengono e che, quindi, sono pronti a correre qualsiasi tipo di rischio”.

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