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Dubbi sul tentato suicidio del boss

PARMA - Il superboss di Cosa nostra Bernardo Provenzano ha tentato il suicidio nel carcere di Parma: è stato salvato da personale della polizia penitenziaria.
Il fatto è avvenuto nell’area riservata della struttura: Provenzano, che era a letto, ha infilato la testa in una busta di plastica con il proposito di uccidersi. In uno dei ripetuti controlli, si è subito accorto del fatto un poliziotto penitenziario del Gom (Gruppo Operativo Mobile), il quale è intervenuto, evitando il suicidio.
L’episodio non ha avuto conseguenze su Provenzano, che non è stato neppure portato in ospedale. Sono stati informati l’autorità giudiziaria e il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria.
Considerato il capo di tutti i capi di Cosa nostra, Bernardo Provenzano - che ha 79 anni ed è detenuto dal 2006, in regime di 41 bis (il carcere duro), dopo essere stato protagonista di una latitanza record di 43 anni - sta scontando nella sezione protetta del carcere di Parma alcune condanne all’ergastolo.
Nonostante sia gravemente malato - reduce da un tumore alla prostata, soffre di un inizio di Parkinson e di un’encefalite destinata a peggiorare - recentemente è stato ritenuto in grado di partecipare ai processi e di “difendersi utilmente”.
Qualche tempo fa è stato chiesto di valutare la possibilità di trovare qualcuno che aiuti il boss nelle attività quotidiane, che non sarebbe più in grado di assolvere. Potrebbe essere stato, dunque, uno stato di prostrazione legato alle sue precarie condizioni di salute a indurre Provenzano a tentare un gesto estremo.
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Abbott: replica ‘d’intenti’

CANBERRA – La replica dell’opposizione al quinto budget targato Swan, non contiene dati precisi o programmi dettagliati ma fissa piuttosto l’agenda per una serie di intenti che verranno elaborati da un futuro governo di coalizione.
Tony Abbott ha sfruttato l’occasione della ‘ risposta’ alla finanziaria per tornare ad attaccare il governo per l’introduzione della tassa sulle emissioni inquinanti, e per quella che ha descritto come l’ormai obsoleta “lotta di classe” tra i laburisti e i ricchi imprenditori del paese.
Sul piano pratico il leader dell’opposizione ha messo un’ enfasi particolare sull’insegnamento delle lingue, impegnando un futuro governo di coalizione, affinché entro i prossimi dieci anni, il 40% degli studenti australiani portino all’esame di maturità, una lingua straniera.  Precisando che un governo conservatore privilegerà le lingue asiatiche e facendo notare il declino dello studio del giapponese (20%) e dell’indonesiano (40%), Abbott ha detto che il paese deve sbloccare il proprio potenziale e prepararsi per sfruttare appieno l’inizio del cosiddetto “secolo asiatico”.
Il leader conservatore ha confermato che un eventuale governo di coalizione lavorerà a stretto contatto con gli stati per far sì che i dati relativi all’insegnamento delle lingue straniere tornino ai livelli degli Anni 60 quando il 40% degli studenti le studiavano e arrestare così il declino che ha portato solo il 12% degli studenti portare una lingua, a parte l’inglese, all’esame del dodicesimo anno. Abbott ha sottolineato che per attuare un programma simile, sarà necessario un cambiamento generazionale, per  la formazione di insegnanti qualificati di lingue.
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Grecia, ultimatum di Barroso

ATENE - “Se un membro del club non rispetta le regole, è meglio che se ne vada dal club”. Lo ha detto il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, riferendosi alla Grecia, in una intervista a Sky Tg24.
“Ho molto rispetto per la democrazia greca e il parlamento greco. Ma devo anche rispettare gli altri 16 parlamenti nazionali che hanno approvato il programma per la Grecia”, ha spiegato Barroso, sottolineando che “tutti devono rispettare gli accordi”. Se questi “non sono rispettati”, ha concluso, “vuol dire che non esistono più le condizioni per continuare” a far parte dell’eurozona.
D’altra parte, la Commissione “é pronta a continuare ad assistere” la Grecia e conferma gli impegni assunti con il secondo programma di aiuti. Il board dello European financial stability facility ha infatti confermato l’esborso di 5,2 mld entro la fine di giugno. Un versamento di 4,2 mld è avvenuto la settimana scorsa, mentre il restante miliardo sarà sborsato sulla base delle necessità finanziarie future.

Norvegia e Niger agli antipodi della maternità

ROMA - Il Niger è il posto peggiore al mondo dove essere madri, la Norvegia il migliore. L’Afghanistan abbandona l’ultima posizione, mentre l’Australia scende di ben cinque posizioni piazzandosi al settimo posto (l’anno scorso era seconda, insieme all’Islanda). Sono i dati del Rapporto sullo stato delle madri nel mondo di Save the Children, reso noto in occasione della Festa della mamma.
Il Niger è dunque diventato il Paese peggiore al mondo dove essere madre, raccogliendo il drammatico testimone dall’Afghanistan, che ha occupato l’ultima posizione nei 2 anni precedenti. La Norvegia si conferma invece al primo posto, in una classifica che comprende 165 Paesi e tiene conto di fattori come la salute, l’istruzione e lo stato economico e sociale delle madri, insieme a indicatori della condizione infantile quali salute e alimentazione. L’Italia, al 21esimo posto, si colloca a metà dei 43 Paesi più sviluppati, ma alle spalle di Portogallo, Spagna e Grecia .
Save the Children sottolinea come la distanza abissale che separa le condizioni di madri e dei loro figli tra il primo e l’ultimo Paese della classifica ben rappresenta le enormi disparità esistenti tra i Paesi più sviluppati e quelli più poveri. In Norvegia, una donna riceve in media 18 anni di istruzione scolastica contro i 4 del Niger, dove a livello politico solo il 14% dei seggi in Parlamento sono occupati da donne, contro il 40% dell’Assemblea norvegese.
L’esperienza della maternità segna, se possibile, distanze ancora maggiori: il 100% delle nascite nel Paese scandinavo, infatti, avviene con l’assistenza di personale medico specializzato, che è presente invece solo in un caso su tre in Niger.

Obama: sì alle nozze gay

WASHINGTON - Barack Obama si è schierato a favore dei matrimoni gay, diventando il primo presidente della storia americana ad assumere una tale posizione. Troppo forti sono state le pressioni esercitate negli ultimi giorni sulla Casa Bianca. Anche da gran parte dei sostenitori di Obama, da molti di quei benefattori che ogni giorno donano somme ingenti per la sua campagna elettorale: il Washington Post ha scritto che un “grande donatore” su sei, di quelli che contribuiscono alla campagna di Obama, è omosessuale.
Eppure, a convincere il presidente che il momento del chiarimento era arrivato è stata soprattutto l’uscita del vicepresidente Joe Biden che, con una delle sue ormai note fughe in avanti, aveva dichiarato nei giorni scorsi di essere totalmente a favore dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. La svolta è stata suggerita - ha ammesso - anche dalla moglie Michelle.
Si tratta della svolta che lo ha portato, mercoledì, a parlare davanti alle telecamere della Abc di una questione che divide gli americani quasi come l’aborto. Una scelta coraggiosa che - osservano in molti - potrebbe costargli il voto di una parte dell’elettorato cattolico, soprattutto nella comunità ispanica.
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