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Kevin Rudd: un’assurda tentazione

DARIO NELLI | Un partito senza pace, una leadership tormentata, un governo che ogni tanto si illude di essere in controllo della situazione, ma che continua ad occupare la scena mediatica quasi esclusivamente per i motivi sbagliati. Dopo un “attimo” di illusoria ripresa, i laburisti sono ritornati a scivolare lentamente nei sondaggi e a dare evidenti segni di conflitti e insoddisfazioni interne che, di solito, non fanno altro che procurare gravissimi danni esterni. Il tutto mentre sulla sponda politica opposta non si muove una foglia: non una iniziativa, non un gesto, non una proposta. Julia Gillard, che grazie all’approvazione parlamentare della carbon tax, il CHOGM con la regina e i pluri-incontri ravvicinati con Barack Obama aveva dato l’impressione di avere finalmente trovato la sua giusta dimensione di leader,  nel giro di un Congresso e di un rimpasto che avrebbero dovuto consolidare la sua autorità, è clamorosamente ritornata al punto di partenza: immagine a tinte fosche in fatto di credibilità e affidabilità, insicurezze, ma soprattutto ostaggio di troppi alleati con molte pretese e almeno un “nemico” giurato. Kevin Rudd non molla la presa e continua a lavorare sulla sua “missione-vendetta”. Un’operazione lunga, complicata, ma avviata quasi da subito e “incentivata” non solo dagli umori popolari, ma dalla stessa strategia di difesa adottata dal primo ministro e dai principali protagonisti del golpe dello scorso anno. Bill Shorten e Mark Arbib, tra i “premiati” nel rimpasto annunciato lunedì scorso, assieme a qualche altro fedelissimo del leader in trincea come Nicola Roxon e Tanya Pliberserk, alcuni compromessi che non hanno accontentato nessuno, una squadra allargata per esclusive esigenze di sopravvivenza talmente evidenti che hanno avuto l’effetto opposto di quello desiderato: invece di veder rafforzata la propria leadership grazie all’innesto di “forze nuove”, Gillard l’ha, di fatto, indebolita emarginando alcuni validi, e tatticamente importanti, collaboratori come Kim Carr (ex ministro dell’Industria) e Robert McClelland (ex Giustizia).
Rudd, insomma, da lunedì scorso ha qualche alleato in più all’interno della squadra laburista e Gillard qualcuno in meno. Non ci sono ancora i “numeri” per una sfida, ma abbastanza per rendere la situazione incandescente e rovinare il Natale del primo ministro.    
Anche se la maggioranza del gruppo parlamentare laburista ha ancora più di qualche riserva su un ritorno che porterebbe ad una nuova serie di incognite, quella stessa maggioranza si rende perfettamente conto che il partito continua ad essere percepito, dall’esterno, indefinito, incerto, e attraversato da una continua lotta tra “bande”. Qualunque cosa dica il leader si leva immancabile il controcanto di qualcuno pronto perlomeno a dare l’impressione di non essere interamente d’accordo: Rudd non ha i “numeri” e forse non li avrà mai, ma la “teoria della sfida”, la conta infinita continueranno a disturbare la vita di un governo che rimane debole e impacciato.
Nonostante i malumori interni, le correzioni in corsa di Martin Ferguson che, 24 ore dopo aver affermato di essere fedele solo al partito, è stato costretto quasi a  “giurare” pubblicamente fedeltà all’attuale leader,  è difficile pensare che Rudd possa davvero tornare a guidare i laburisti. Il suo ritorno sarebbe un atto disperato che avrebbe un effetto devastante all’interno del partito. La fine di Gillard, prima di tutto, significherebbe automaticamente la fine di Wayne Swan che, quasi sicuramente, lascerebbe il posto a Chris Bowen al timone del Tesoro. Ma la vera rivoluzione dovrebbe per forza avvenire sul fronte programmatico con una doppia rivisitazione-shock di intenti su carbon tax e rapporti con i verdi. Una duplice mossa-terremoto che precederebbe di pochissimo un ritorno anticipato alle urne per cercare di sfruttare al meglio lo scontato risveglio di interesse per i laburisti che languono, dal punto di vista dei consensi popolari,  otto punti indietro rispetto al debole risultato del voto del 2010. Un declino senza precedenti.
Troppi i rischi nel ritornare indietro, più ancora di quelli che i laburisti hanno davanti con quella disastrosa promessa del budget in attivo a qualsiasi costo nel 2012/13, abbinato alla vertiginosa spirale dei prezzi della bolletta energetica (negli ultimi tre anni solo quella dell’elettricità è aumentata del 40 per cento) che la carbon tax alimenterà ulteriormente.
Con l’incognita, solo sull’entità, della recessione europea e delle conseguenze che avrà sull’economia della Cina (e conseguentemente su quella australiana), Gillard nel 2012 avrà il difficilissimo compito di varare in fretta un piano di riforme per assorbire i contraccolpi globali, sui quali non ha praticamente alcun controllo e colpa, e stimolare allo stesso tempo produttività e consumi. Una sfida non da poco per qualsiasi governo, figuriamoci per uno nato debole, che continua ad essere debole, e che sembra più concentrato sul proprio futuro che su quello del Paese. 
DARIO NELLI

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