Riuscirà l’Italia a superare la crisi e ritrovare se stessa?
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- Published on Sunday, 18 December 2011 23:14
Questo fenomeno è drammaticamente percettibile tra i giovani, migliaia dei quali vengono ogni anno in Australia alla ricerca di una nuova America. Non si arrendono all’idea che l’America, le cui canzoni e il cui cinema hanno accompagnato la loro crescita, non era altro che una chimera e adesso la vengono a cercare qui. Se invece di nutrirsi esclusivamente di musica rock americana, avessero anche ascoltato qualche vecchia canzone napoletana avrebbero appreso quante lacrime costò l’America agli emigrati di un tempo e quanto amaro fu il pane che vi consumarono.
Anche Dante visse una simile esperienza e constatò di persona “come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”. Ma per quanto Benigni si industri per diffondere la conoscenza della Divina Commedia, le nuove generazioni la considerano ormai lettera morta.
Eppure il passato della nostra terra ha tanto da insegnare ed è solo recuperandone la conoscenza che l’Italia potrà superare l’attuale crisi e ritrovare se stessa. Nei versi dei nostri grandi poeti riecheggiano esperienze ed ansie straordinariamente simili a quelle di oggi.
Si pensi a Petrarca il quale visse in un periodo in cui, al declino delle vecchie istituzioni come la Chiesa e l’Impero, si andava aggiungendo la crisi della prima società borghese: il Comune, che stava per essere sostituito dalle Signorie, in cui il potere era detenuto da singole famiglie ricche.
Ebbene tra le poesie che compongono “Il Canzoniere” di Petrarca, ve n’è una che sembra riflettere i mali odierni: “Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno...”. Di fronte alle ferite mortali che vede così numerose nel “bel corpo” dell’Italia, Petrarca si consola al pensiero che le sue speranze per una rinascita del paese siano condivise dalle popolazioni che vivono sul Tevere, sull’Arno e sul Po, dove lui risiede addolorato e triste. Viene da chiedersi cosa direbbe oggi il poeta sapendo che c’è gente che chiama Padania la terra dove egli sette secoli or sono stilava simili versi.
In un’ode che scrisse quando aveva appena vent’anni e che pose all’inizio di quella meravigliosa raccolta poetica che va sotto il titolo di “Canti”, Giacomo Leopardi, prostrato dalle sventure politiche e dallo stato di avvilimento e d’abbandono in cui giaceva l’Italia, la raffigura come una donna schiava, ferita, incatenata e piangente: “O patria mia... or fatta inerme, nuda la fronte e nudo il petto mostri. Oimè quante ferite, che lividor, che sangue!”.
Come si vede l’Italia di crisi ne ha avute tante e tali da lasciare di sé perenne traccia nelle opere dei grandi poeti del passato. E anche questa crisi come quelle che l’hanno preceduta passerà. Il problema infatti non è se l’Italia uscirà o meno dal tunnel nel quale si è cacciata ma come ne uscirà.
Si tratterà di un riaggiustamento di quanto si faceva prima o di aprire una nuova via per scelte
materiali e aspirazioni morali? Una via in cui diritti e doveri, responsabilità e opportunità si combineranno ed equilibreranno, senza il prevalere dell’uno sull’altro, o una via “gattopardesca” che cambierà tutto per non cambiare niente?
IVANO ERCOLE






