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La crisi della politica e la Repubblica di Platone

IVANO ERCOLE | È ormai da tempo evidente che tutto il mondo occidentale (e non solo l’Italia) sta vivendo una profonda crisi della politica. Attribuirla al generale dissesto finanziario ed economico che in varia misura ha colpito tutti i maggiori paesi dell’Occidente, sarebbe un controsenso poiché lo stato della finanza pubblica e dell’economia è determinato dalla politica e non viceversa.
Quindi se l’economia è in crisi, è perché è in crisi la politica, ovvero tutte quelle attività e funzioni che attengono al governo di una nazione, sia per ciò che concerne le questioni di carattere interno, sia in relazione ai rapporti con gli altri stati. Può anche succedere che l’economia mostri di andare bene anche in presenza di una crisi della politica, ma ciò dipende da circostanze favorevoli che esulano dalla realtà politica. Tale è il caso dell’Australia, la cui economia si mantiene abbastanza solida nonostante la crisi che, dopo le ultime elezioni, ha investito la politica di questa nazione.
Una crisi che, diversamente da quella italiana, non ha provocato sinora la caduta del governo il quale, com’è noto, si regge in piedi con appena un seggio di maggioranza grazie all’appoggio di quattro deputati indipendenti. Nel senato la situazione è ugualmente precaria, essendo la maggioranza determinata dal voto dei senatori verdi, senza il quale nessuna legge può essere approvata.
A lato di questa realtà politica stentata e traballante, c’è un’economia che continua a crescere, seppur ad un ritmo meno elevato che in passato, grazie ai cospicui acquisti di materie prime da parte della Cina, la cui prodigiosa ed incessante espansione industriale è diventata per l’Australia come manna piovuta dal cielo.
Occorrerebbe che il governo si preoccupasse di diversificare l’economia in modo da ridurne la dipendenza da quella cinese ma, data la crisi della politica in atto, pensa più a salvaguardare se stesso che a curarsi degli interessi del paese.
In Italia, invece, la crisi della politica ha indotto i politici a farsi temporaneamente da parte, lasciando il compito di rimediare ai guai finanziari commessi dalla politica ad un governo cosiddetto “tecnico”.  Una politica, dunque, che si dichiara del tutto impotente a guidare i destini del paese e si autosospende dalle proprie funzioni.
C’è da sperare, per il futuro dell’Italia e dell’Europa, che l’esperimento, senza precedenti nelle democrazie occidentali moderne, funzioni, nel qual caso però, se l’Italia ne riceverà giovamenti, la politica ne uscirà malconcia, avendo fallito là dove un governo apolitico, messo insieme in quattro e quattr’otto, avrà avuto successo.
In tale ipotesi, non sarebbe da sorprendersi se gli italiani voltassero le spalle alla politica e chiedessero di continuare ad essere governati da un governo tecnico, dando forma così facendo ad una repubblica non dissimile, sotto il profilo governativo, da quella concepita da Platone in una delle sue più celebri e controverse opere filosofiche.
Platone proponeva uno stato razionale nel quale la politica diventava scienza e non più opinione. Le varie forme di governo politico sperimentate sino allora, secondo Platone, si erano rivelate fallimentari e tale giudizio era riferito anche alla democrazia, sistema che, sempre secondo il grande filosofo greco, permetteva ad ogni gruppo di tentare di imporre le proprie idee  facendo sì che lo Stato divenisse tanti stati separati tra loro. Con la democrazia, sosteneva Platone, c’è dispersione e governa l’utile di chi si sa imporre.
Idee estreme e in quanto tali da non condividere, anche se, un qualche fondamento l’avevano e l’hanno tuttora. Non a caso l’Italia, seppur provvisoriamente e con tutte le precauzioni del caso, l’ha fatte in parte proprie. Una scelta indubbiamente coraggiosa purché gli italiani non dimentichino che la democrazia, come diceva Churchill, non è un sistema perfetto ma è il “meno peggio” rispetto a tutti gli altri.
Ivano Ercole

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